     p 154 .


Paragrafo 1 . Thomas Hobbes.

     
Tra  il  1637  e  il  1642 Thomas Hobbes lasci  l'Inghilterra  per
compiere  un  viaggio sul continente, durante il quale conobbe,  in
Italia, Galileo Galilei e, in Francia, padre Marin Mersenne,  amico
di  Descartes  e  animatore di quei circoli di  scienziati  che  si
riunivano a Parigi e che furono frequentati anche da Pascal.
     Affascinato  dalle  scoperte a dai  problemi  suscitati  dalla
neonata  scienza  moderna, egli pens ad un progetto  grandioso  ed
ambizioso:  racchiudere in un sistema rigoroso tutta la  conoscenza
possibile  della realt. Per fare questo si proponeva  di  trattare
tutta la filosofia suddividendola in tre argomenti: il corpo,  cio
la fisica; l'uomo; il cittadino, cio la politica.
     Una riunificazione di tutto il sapere possibile all'interno di
un  sistema  implicava,  ovviamente, l'utilizzazione  di  un  unico
metodo.  In  quel momento di progettazione del suo lavoro,  Hobbes,
nonostante l'ammirazione per la nuova scienza, era convinto che  il
metodo  deduttivo  di tipo aristotelico fosse il migliore:  avrebbe
consentito,  infatti,  partendo  da  pochi  princpi   chiari,   di
dimostrare un numero indefinito di verit.
     La  realizzazione  del progetto, attraverso  la  pubblicazione
delle  tre opere costituenti gli Elementa philosophica, richiese  a
Hobbes  molti anni (il De cive, "Del cittadino", fu pubblicato  nel
1642;  il  De  corpore,  "Del  corpo",  nel  1655;  il  De  homine,
"Dell'uomo",  nel 1658), durante i quali l'impostazione  originaria
sub  notevoli trasformazioni: il "sistema" filosofico  di  Hobbes,
quale emerge
     
     p 155 .
     
     da  questi  scritti,  alla fine tutt'altro che  basato  sulla
dimostrazione deduttiva.
     Anche la vicenda di questo filosofo, come quella di Descartes,
di  Galileo,  e  di Pascal, dimostra la tensione che accompagna  la
nascita  del pensiero moderno, costretto fra il bisogno di  fornire
nuove regole al sapere, al fine di "possedere" e dominare il Tutto,
e  il  frammentarsi  della realt nella specificit  delle  singole
scienze o addirittura dei singoli esperimenti.
     Sebbene  interessato agli studi di fisica, in  particolare  di
ottica,  e  di fisiologia, Hobbes affronta questo tipo  di  ricerca
solo   all'interno  di  una  indagine  pi  vasta,   di   carattere
tipicamente  filosofico.  Egli  in  questo  senso    un  "filosofo
scienziato"; per lui, cio, l'indagine scientifica non ha  una  sua
validit autonoma, ma serve da supporto e da prova alla riflessione
filosofica  pi generale. E non  un caso che da Hobbes  non  siano
venuti   contributi  originali  nel  campo  delle   scienze   della
natura(1).
     Forse  proprio per questo il progetto iniziale di  Hobbes  non
solo  sub trasformazioni significative sul piano dell'impostazione
metodologica  e  teoretica, ma anche nella successione  cronologica
delle  ricerche,  che, come abbiamo visto, doveva  partire  con  la
fisica   (De  corpore),  seguire  con  il  trattato  De  homine   e
concludersi con la politica, cio con il De cive (sul cittadino).
     L'anticipazione della pubblicazione del De cive  dovuta molto
probabilmente,  come  sostengono  diversi  studiosi,   anche   alla
situazione  politica in cui Hobbes si trova ad  operare  (la  crisi
della  monarchia Stuart e la rivoluzione borghese in  Inghilterra),
ma,  a  nostro avviso, essa dipende soprattutto dalla necessit  di
definire in via preliminare le caratteristiche della natura  umana.
La  separazione dei saperi della cultura contemporanea reca con  s
il  rischio di una scissione nell'uomo,  che si trova di  fronte  a
punti di riferimento diversi nella sua attivit politica, in quella
teoretica,  in  quella  morale  e in  quella  religiosa.  Hobbes  
convinto  che  non sia possibile riunificare la conoscenza  se  non
partendo dall'unit del soggetto che conosce.
     Quando, intorno al 1640, scrive gli Elementi di legge naturale
e politica, che costituiscono un primo abbozzo del suo progetto per
gli  Elementa  philosophica, egli pone  nel  primo  capitolo  primo
paragrafi  sulla  natura dell'uomo, sulle sue facolt,  sul  potere
conoscitivo della mente.
     E   fin   dalle  prime  pagine  emerge  con  forza  un   punto
fondamentale   della  teoria  hobbesiana  della  conoscenza:   "Per
comprendere  quel  che  intendo  per potere  conoscitivo,  dobbiamo
ricordare  e  concedere  che  nella  nostra  mente  si  trovano  in
continuazione certe immagini o concetti delle cose a  noi  esterne,
in  modo tale che, se un uomo potesse sopravvivere e tutto il resto
del   mondo   venisse   annientato,  egli  tuttavia   conserverebbe
l'immagine  di  esso,  e  di  tutte  quelle  cose  che  vi   avesse
precedentemente  visto  e  percepito; infatti  ognuno  sa  per  sua
propria esperienza che l'assenza o la
     
     p 156 .
     
     distruzione  di  cose  altre volte  immaginate  non  determina
l'assenza  o  la  distruzione  dell'immaginazione  stessa.   Queste
immagini  e  le  rappresentazioni delle qualit delle  cose  a  noi
esterne sono ci che chiamiamo la nostra cognizione, immaginazione,
idea,  nozione,  concetto, o conoscenza di esse.  E  la  facolt  o
potere  grazie al quale siamo capaci di una tale conoscenza    ci
che  io  chiamo qui potere conoscitivo, o concettivo, il potere  di
conoscere o concepire"(2).
     Da  queste poche righe si pu capire che per Hobbes: 1) esiste
una   realt  esterna  all'uomo,  2)  tutte  le  "immagini"  e   le
"rappresentazioni" che costituiscono la conoscenza  provengono  dal
mondo  esterno,  3)  la  nostra conoscenza del  mondo  esterno  non
garantisce la sua esistenza.
     Tutto  ci  pu  apparire contraddittorio, ma, come  cerca  di
chiarire  lo  stesso Hobbes con l'immagine dell'annichilimento  del
mondo (annihilatio mundi)(3), il fatto che ogni forma di conoscenza
non  possa  derivare da altro che da una realt esterna a  noi  non
implica  che  l'oggetto della nostra conoscenza sia proprio  quella
realt:  al  contrario, il contenuto della conoscenza   costituito
dalle   "immagini"  e  dalle  "rappresentazioni",      di   natura
esclusivamente mentale ed  separato da ci che ha prodotto in  noi
quelle   immagini,  come  dimostra  il  fatto  che  continuiamo   a
conoscerle anche se ci che le ha prodotte non  pi.
     
La conoscenza proviene esclusivamente dai sensi.
     
Il  mezzo  con cui la nostra facolt conoscitiva entra in  contatto
con   la   realt   esterna    costituito,  secondo   i   princpi
dell'empirismo,  dai sensi: nessun concetto pu  avere  origine  da
qualcosa di diverso dalla sensazione(4); la privazione di  uno  dei
nostri  sensi  produce un depauperamento della  nostra  facolt  di
conoscere: chi non ha la vista non pu pensare (conoscere) forme  e
colori, chi non ha l'udito suoni e rumori, e cos via(5).
     Ma,  come abbiamo visto, l'immagine che costituisce la  nostra
conoscenza "non  l'oggetto o la cosa veduta", ma semplicemente una
nostra rappresentazione mentale. Gli oggetti del mondo esterno sono
presenti, per la loro azione, solo nel momento in cui producono  la
sensazione:  la  certezza dell'esistenza di un cane  mordace  posso
averla soltanto finch quel cane tiene conficcati i sui denti nella
mia carne; immediatamente dopo la mia "conoscenza" del cane mordace
non prova
     
     p 157 .
     
     assolutamente  che  in tutto l'universo esista  un  solo  cane
mordace.  L'immagine che permane in noi come concetto e  conoscenza
"non  nulla di reale fuori di noi"(6).
     La conoscenza, quindi, per Hobbes, si articola su due livelli,
che  traggono origine, entrambi, dall'esperienza: il primo  legato
al  susseguirsi delle sensazioni e dei concetti che ne derivano, il
secondo  alle  operazioni  sui  nomi che  abbiamo  attribuito  agli
oggetti che hanno provocato in noi le sensazioni.
     Quando,  navigando, i marinai passano vicino  ad  uno  scoglio
"istituiscono  un qualche contrassegno, con cui ricordare  il  loro
precedente pericolo ed evitarlo", qualora si trovino a navigare  di
nuovo  in quelle stesse acque. La stessa cosa hanno fatto  e  fanno
gli  uomini, allorch volontariamente istituiscono dei contrassegni
per  ricordare qualche cosa passata quando questa si ripresenti  ai
sensi.  Ovviamente, gli stessi contrassegni devono  essere  oggetti
sensibili,  altrimenti non sarebbero percepibili e non sortirebbero
in  noi  l'effetto  desiderato. Tra questi  contrassegni  rientrano
"quelle  voci umane (che chiamiamo nomi o appellativi  delle  cose)
sensibili  all'udito  con  cui ci richiamiamo  alla  mente  qualche
concetto delle cose alle quali diamo quei nomi o appellativi"(7).
     
Le parole e le cose.
     
"Un    nome   o   appellativo(8)   quindi      una   voce   umana,
arbitrariamente(9)  imposta come un contrassegno  per  recare  alla
mente   qualche   concetto  concernente  la  cosa   cui      stato
imposto"(10).
     Il carattere convenzionale del linguaggio non  una novit; lo
abbiamo  trovato,  ad esempio, in Epicuro(11): l'aspetto  originale
del  pensiero di Hobbes sta nella separazione netta che egli opera,
una  volta  attribuito il nome alle cose, tra le cose stesse  e  le
parole   che   le  designano,  aprendo  la  via  a  una  concezione
formalistica della scienza destinata ad avere grande rilievo  nella
riflessione filosofica del Novecento.
     Qualsiasi  proposizione scientifica, che presume un  contenuto
di  verit universale, , per Hobbes, una operazione sui nomi, cio
su  enti  che, pur avendo avuto un rapporto originario con  oggetti
reali  a noi esterni, sono del tutto autonomi da quegli oggetti  e,
quando  i  nomi  assumono  un  carattere  universale,  autonomi  da
qualsiasi oggetto.
     Quando,  dopo aver incontrato un uomo di nome Pietro e  averne
osservato  l'altezza, l'aspetto e le qualit, io  descrivo  -  cio
rappresento  -  Pietro,  ad  esempio per  parlarne  con  una  terza
persona, le parole che io uso appartengono esclusivamente  a  me  e
non sono pi legate o riferibili all'ente reale che ha provocato in
me la sensazione e la formazione dei concetti.
     
     p 158 .
     
     Quando, poi, lo stesso nome si riferisce a pi cose,  cio un
"nome  comune",  ad esempio la parola "uomo", che  designa  Pietro,
Giovanni  e  tutti  gli uomini che sono esistiti o  esisteranno  su
questa  Terra,  quel  nome non si riferisce a qualcosa  che  esiste
nella realt, ma semplicemente ai nomi individuali o singolari  che
abbiamo dato a ciascun ente: Pietro  un uomo, Giovanni  un  uomo,
e  cos via. Gli universali non sono altro che "nomi di nomi" ed  
profondamente  errato, secondo Hobbes, pensare che a questo  genere
di  nomi corrispondano enti reali, cio l'uomo in generale o l'idea
di uomo(12).
     Ora,  tornando ai due tipi di conoscenza cui abbiamo accennato
sopra,  noi  possiamo  "registrare"  le  rappresentazioni  che   ci
derivano  direttamente dall'esperienza, realizzando cos una  sorta
di  repertorio  delle sensazioni, la cui memoria  ci  fornisce  una
conoscenza  che Hobbes chiama storia. Quando, invece, "registriamo"
le  operazioni mentali che facciamo con e su i nomi abbiamo  quella
conoscenza che Hobbes chiama le scienze(13).
     
Le scienze.
     
Come  abbiamo  gi accennato, per Hobbes il discorso scientifico  
esclusivamente  un  discorso formale. Dopo  una  prima  trattazione
sommaria negli Elementi di legge naturale e politica(14), l'analisi
hobbesiana  di questo problema sar ripresa nel De corpore  (1655),
in   particolare  nella  prima  parte,  composta  da  sei  capitoli
raggruppati  sotto  il  titolo  di  Computatio  sive  logica.   Una
esposizione  sintetica, ma estremamente chiara, di che cosa  Hobbes
intenda per scienza si trova anche nel De cive.
     Prendiamo, ad esempio, la proposizione due e tre fanno cinque;
"Se,  richiamando alla memoria che l'ordine dei nomi dei  numeri  
stato  stabilito dal consenso di tutti coloro che parlano la stessa
lingua (come in base ad un patto necessario alla societ umana), in
modo  che  il  quinto  sia  il nome di  tante  unit,  quante  sono
contenute  nel secondo e nel terzo presi insieme, si  assente  alla
verit della proposizione, perch 2 e 3 insieme sono lo stesso  che
5, allora tale assenso  viene detto scienza.
     Conoscere tale verit non  altro che riconoscere che   stata
fatta  da  noi.  Infatti la proposizione: il  secondo  e  il  terzo
numero,  presi  insieme fanno il quinto,   vera  per  arbitrio  di
coloro  che, per loro arbitrio e legge linguistica, hanno  chiamato
secondo il numero secondo; terzo il numero terzo e quinto il numero
IIIII. [...] Verit  lo stesso che proposizione vera; ma  vera la
proposizione in cui il
     
     p 159 .
     
     nome  conseguente,  che dai logici viene  chiamato  predicato,
comprende  nella  sua  estensione il nome  antecedente,  che  viene
chiamato  soggetto. Conoscere la verit  lo stesso che  ricordarsi
che  essa    stata  fatta da noi stessi, con  lo  stesso  uso  dei
nomi"(15).
     Le  scienze  e  le  loro verit, quindi,  si  reggono  su  due
princpi:  hanno  per oggetto dei nomi; sono state  create  da  noi
stessi.  La  conoscenza scientifica  quindi data da una  serie  di
operazioni  sui  nomi,  di  cui  posso  verificare  la  correttezza
attraverso l'analisi logica delle proposizioni.
     Come  abbiamo  visto  nell'esempio  proposto  da  Hobbes,   il
contenuto dell'affermazione due e tre fanno cinque non   dato  dai
numeri,  ma  dai  nomi che noi, arbitrariamente e per  convenzione,
abbiamo imposto ai numeri, chiamando due in una serie di numeri  il
secondo, che contiene secondo unit (dove "secondo", non   due  in
cifre romane, ma una rappresentazione grafica delle unit), e  cos
via  per  tutti gli altri. Ma avremmo potuto chiamarli, per  nostro
arbitrio  e  convenzione  tra  quanti  parlano  la  stessa  lingua,
"Giorgio",   "Filippo",  "Mario",  eccetera  Nel   qual   caso   la
proposizione "Giorgio e Filippo fanno Mario" sarebbe vera.
     Le  operazioni che si compiono con le proposizioni, essendo in
ogni  caso operazioni sui nomi, a prescindere dai concetti che essi
designano,  sono di tipo matematico; in particolare  si  tratta  di
addizioni e sottrazioni (le moltiplicazioni e le divisioni non sono
altro che forme particolari di addizione e sottrazione). "E infatti
come l'aritmetica ci insegna a sommare e a sottrarre in termini  di
numeri,  cos la geometria insegna le stesse cose nel  campo  delle
linee  e  delle  figure,  solide o piane, di  angoli,  proporzioni,
tempi,  gradi  di  velocit, forza, potenza e  simili  concetti;  i
logici  insegnano le stesse cose nel campo della connessione  delle
parole:  sommando insieme due nomi si ha una affermazione, sommando
due affermazioni si ha un sillogismo, sommando alcuni sillogismi si
ha   una  dimostrazione;  e  dalla  somma,  o  conclusione  di   un
sillogismo, sottraggono una proposizione per trovarne un'altra. Gli
scrittori di politica sommano insieme i patti stipulati per trovare
quali  sono  gli obblighi degli uomini, e i legislatori sommano  le
leggi e i patti per trovare che cosa  il diritto e che cosa    il
torto nelle azioni dei privati"(16).
     Queste   operazioni,  come  abbiamo  detto,   possono   essere
sottoposte  al controllo della ragione, nella misura  in  cui  essa
stessa ne  l'artefice. Ed  cos che possiamo stabilire quando una
proposizione      vera  e  quando    falsa(17).  Nell'imposizione
originaria  (e  arbitraria)  dei nomi sono  state  istituite  delle
gerarchie  nominali, per cui alcuni nomi hanno un  significato  pi
ampio  di altri, cio identificano un numero di rappresentazioni  o
immagini  maggiore  di altri. La verit si ha con  il  rispetto  di
queste  gerarchie originarie: se in una proposizione  il  predicato
comprende  il  soggetto,  la  proposizione    vera,  altrimenti  
falsa(18).
     
     p 160 .
     
     La  scienza, quindi,  un processo di analisi che non consente
di conoscere niente di pi di quanto gli uomini hanno gi posto con
la   istituzione  convenzionale  del  linguaggio;  essa  pu   solo
richiamare  alla  memoria  i  contrassegni  attribuiti  ai  diversi
concetti e, quindi, i concetti stessi. "L'uomo  un animale"   una
proposizione  vera  perch  stato stabilito che  il  nome  animale
designa,  oltre  che  l'immagine di cane, gatto,  leone,  eccetera,
anche quella di uomo.
     La scienza ci consente di ricordare e riorganizzare i nomi dei
concetti che sono contenuti in concetti pi ampi, di ricostruire la
loro scala gerarchica, di salirla e scenderla con i sillogismi e le
dimostrazioni,  ma  non permette la scoperta di qualcosa  di  nuovo
rispetto  a  quanto  gi stato conosciuto e nominato.  Esattamente
come  la  geometria  euclidea, in cui  tutte  le  verit  sono  gi
contenute  nei  princpi primi, nei postulati, la scienza,  secondo
Hobbes,  un'unica tautologia, cio la riproposizione di uno stesso
enunciato in termini diversi(19).
     Solo  nuove  esperienze  sensibili  possono  farci  incontrare
oggetti  nuovi, che producano in noi nuovi concetti e ci  impongano
di  dare  loro un nome; solo allora la scienza avr nuovi  oggetti,
cio nuovi nomi, su cui operare.
     
L'uomo non  un "animale politico".
     
Il carattere convenzionale del linguaggio presuppone un accordo, un
contratto  tra  gli  uomini che impongono i  nomi  alle  cose,  dal
momento  che non esiste alcuna base comune (idee innate, categorie,
o  simili)  a  tutti gli uomini. Partendo da questa considerazione,
come  abbiamo detto all'inizio del capitolo, Hobbes   costretto  a
modificare  il  progetto iniziale di esposizione del  suo  sistema:
prima  di sviluppare la parte sulla logica, di cui abbiamo  parlato
nel  paragrafo  precedente,  sente il bisogno  di  approfondire  il
discorso sulla natura complessiva dell'uomo.
     Il  linguaggio, cio lo strumento principale di  comunicazione
tra  gli individui, non pu essere un elemento naturale, perch non
  nella natura umana "comunicare", cio mettersi in comunione, con
gli altri.
     Nel  diciassettesimo secolo si apre un dibattito, destinato  a
durare a lungo e di cui parleremo pi avanti, su quale sia lo stato
di  natura, la condizione naturale dell'uomo, e se esista  e  quale
sia  una  legge  di natura, un diritto naturale. Le riflessioni  di
Hobbes  sono  di  fatto  all'origine  di  questa  discussione,  che
riecheggia quella su physis e nmos dell'epoca dei sofisti(20).
     L'aristotelismo   e  il  cristianesimo  avevano   abituato   a
considerare  la  comunione tra gli uomini, la  comunit,  un  fatto
naturale  di  origine divina: l'uomo non  fatto per  essere  solo,
dalla sua costola Dio
     
     p 161 .
     
     cre  Eva, e con essa la famiglia, come aggregazione  naturale
di  individui;  due  istinti  naturali  primari  spingono,  secondo
Aristotele,   l'uomo  ad  aggregarsi  con  altri:  l'istinto   alla
riproduzione, che porta l'uomo ad unirsi alla donna, e quello  alla
conservazione,  che  fa  s che il padrone  e  lo  schiavo  abbiano
bisogno l'uno dell'altro per sopravvivere(21).
     Hobbes  opera  una rottura radicale con questa tradizione  che
aveva   dominato  indiscussa  tutto  il  pensiero   medievale:   la
condizione  naturale  dell'uomo  di  assoluta  uguaglianza(22).  E
questo  fa  s  che  ciascun individuo  nulla  debba  ad  altri,  e
parimenti  non possa pretendere che altri non aspirino  a  ottenere
quei  beni  e quei vantaggi che egli vuole per s: l'unico  istinto
naturale  che muove l'uomo  infatti, per Hobbes, il desiderio  del
bonum  sibi  ("il proprio bene") e quello di fuggire la morte.  "E'
quindi  un  diritto  di natura" egli scrive "che  ogni  uomo  possa
conservare la sua propria vita e le membra, con ogni potere  a  sua
disposizione"(23). La conseguenza immediata e inevitabile di questa
considerazione  che lo stato di natura  per l'uomo uno  stato  di
guerra: "Da questa uguaglianza di capacit scaturisce l'eguaglianza
nella  speranza  di  attuare i nostri fini. Quindi  se  due  uomini
desiderano  la  stessa cosa, di cui tuttavia non  possono  entrambi
fruire, essi divengono nemici e, nel perseguire il loro fine [...],
si sforzano di distruggersi o sottomettersi a vicenda"(24).
     All'inizio  del De cive Hobbes usa, per definire la condizione
naturale dell'uomo, la famosa espressione latina homo homini  lupus
("ogni  uomo    un lupo per gli altri uomini")(25). Nel  Leviatano
riprende il concetto che gli uomini, lasciati liberi di seguire  il
proprio  istinto naturale, "si trovano in quella condizione  che  
detta guerra; e che tale guerra  di tutti contro tutti"(26).
     In  questa situazione emerge, per, una contraddizione tra due
elementi entrambi naturali: il desiderio di ciascuno che vuole  per
s  il  massimo  del bene e la condizione di guerra permanente  che
impedisce di appropriarsi di qualsiasi tipo di bene(27).
     
     p 162 .
     
     Quindi,  per  soddisfare l'istinto primario alla conservazione
di  s  e  al possesso del bene, l'uomo deve eliminare lo stato  di
guerra  permanente  di tutti contro tutti. E ci  gli    possibile
facendo  ricorso alla ragione, che interviene non per  negare,  con
istanze di tipo morale, la spinta naturale al bene individuale,  ma
per  mostrare, attraverso un semplice calcolo, che l'unico modo per
godere di quel bene  entrare in comunicazione con gli altri uomini
e  stabilire con loro una qualche forma di accordo o contratto  che
garantisca la pace.
     Il linguaggio, cio l'accordo sui "contrassegni" che disegnano
gli  oggetti,  il frutto di una prima forma di contratto e diventa
lo  strumento fondamentale di comunicazione tra gli uomini  per  la
stipula  di  ulteriori accordi: primi fra tutti - e fondamentali  -
quelli  politici, miranti a creare e conservare una  condizione  di
pace,  e,  quindi,  preliminari anche a  qualsiasi  discorso  sullo
sviluppo  delle scienze e sul progresso della tecnica, che  possono
avvenire soltanto in una societ pacificata.
     
Il Leviatano.

Lo  stato    l'unico strumento che pu garantire la pace  tra  gli
uomini  e "una sicurezza tale che essi possano sostenersi  e  viver
bene grazie alla loro industria e ai frutti della terra"(28).
     Lo stato, per, pu essere esclusivamente frutto di un accordo
tra  gli individui che lo costituiscono, dal momento che essi  sono
assolutamente  uguali  tra loro e liberi. Il primo  e  fondamentale
principio del diritto naturale , per Hobbes, "la libert,  propria
di  ciascun  uomo,  di  usare  come vuole  il  suo  potere  per  la
conservazione della sua natura, cio della vita; e di  conseguenza,
di  fare  tutto  ci che secondo il suo giudizio e la  sua  ragione
riterr essere il mezzo pi adatto ad attuare quel fine"(29).
     Il  potere  una prerogativa individuale, di cui ciascun  uomo
dispone liberamente.
     Tra le possibilit offerte da questa condizione di uguaglianza
e  libert  c'  quella di rinunciare, per raggiungere  il  proprio
fine, all'esercizio di una parte o di tutto il proprio potere e  di
trasferirlo ad un sovrano(30).
     Prima  di passare all'analisi della natura dello stato e delle
funzioni  del sovrano, ci preme mettere qui in evidenza un elemento
di grande modernit presente nel pensiero politico di Hobbes: la
     
     p 163 .
     
     sovranit appartiene ai singoli individui, che liberamente  la
trasferiscono a qualcuno - un individuo o una assemblea  -  che  la
esercita per loro conto e per il loro bene.
     Il  sovrano,  che  esercita il potere  nello  stato,  ha  come
compito  principale  quello di frenare le passioni  e  gli  istinti
individuali  che stanno all'origine della condizione di  guerra  di
tutti  contro  tutti: per fare questo egli pu e deve  ricorrere  a
tutti gli strumenti, compresi la forza e il "terrore". "Infatti  le
leggi  di  natura  (come la giustizia, l'equit,  la  modestia,  la
piet, e, insomma, fare agli altri quello che vorremmo fosse  fatto
a noi) di per se stesse, senza il terrore di un potere che ne causi
l'osservanza, sono contrarie alle nostre passioni naturali, che  ci
inducono   alla   parzialit,   all'orgoglio,   alla   vendetta   e
simili"(31).
     E'  chiaro che il trasferimento del potere individuale  ad  un
sovrano  che  governi  in maniera cos dura pu  avvenire  solo  se
condiviso  da  tutti quanti vivranno all'interno  dello  stato  che
andiamo  a  costituire; questo accordo sar qualcosa di pi  di  un
consenso:  "Si  tratta di una unit reale di tutti in  una  sola  e
identica  persona, costituita mediante il patto di  ogni  individuo
con ciascuno degli altri"(32). E Thomas Hobbes suggerisce anche, in
maniera esplicita, la formula di questo patto: "Io autorizzo e cedo
il  mio diritto di governarmi a quest'uomo o a questa assemblea  di
uomini,  a condizione che tu ceda a lui il tuo diritto, e autorizzi
allo stesso modo tutte le sue azioni"(33).
     "Questa    la generazione del grande Leviatano,  o  piuttosto
(per  parlare con maggiore reverenza), di quel Dio mortale  [mortal
God],  cui  dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace  e  la
nostra difesa"(34).
     L'immagine  dal  leviatano  presa dalla  Bibbia(35),  dove  
usata per illustrare l'enorme potenza di Dio, creatore e dominatore
di tutta la natura: il leviatano  un mostro acquatico "re di tutte
le  bestie feroci", dotato di una forza inaudita, contro  il  quale
nulla pu anche il pi forte degli uomini. Tutta la descrizione che
troviamo  nella  Sacra  Scrittura   scandita  dal  riferimento  al
terrore  che la bestia suscita(36), dalla impossibilit di  opporsi
ad essa.
     E   la   forza    la  caratteristica  essenziale  che  Hobbes
attribuisce  al sovrano: una forza anch'essa inaudita, che  suscita
il terrore nei sudditi e li obbliga alla pace interna e alla comune
difesa contro i nemici esterni(37). Come al leviatano della Bibbia,
solo  Dio    superiore al sovrano per potere e  per  forza  ma,  a
differenza del mostro biblico, il potere e la forza del sovrano non
derivano da Dio, ma dagli uomini: la sua forza  data dalla  somma,
in una sola persona, della forza di tutti gli individui che si sono
accordati  tra loro per dar vita allo stato e che pertanto  sono  i
veri autori delle azioni del sovrano(38).
     
     p 164 .
     
     Il  sovrano,  sia esso un uomo o un'assemblea di  uomini,  non
conclude  alcun  patto con la moltitudine che gli ha  conferito,  a
maggioranza,  il diritto di rappresentarla: sono i  cittadini  che,
liberamente  e autonomamente, in una sorta di assemblea costituente
originaria, trasferiscono la propria sovranit al sovrano e  se  ne
fanno  sudditi(39). Non avendo stipulato alcun accordo  con  quanti
gli  hanno  conferito il potere, il sovrano non   condizionato  da
nulla,  non ha un contratto da rispettare o a cui venire  meno:  il
suo  potere    assoluto e coincide con la sua volont.  Dal  canto
loro,  i  sudditi non possono in alcun modo sottrarsi ad un  potere
che volontariamente hanno istituito(40).
     Questo    lo  stato assoluto teorizzato da  Hobbes.  Assoluto
perch sciolto da ogni vincolo divino o umano: seppure mortale,  il
sovrano    un Dio, quindi detentore del massimo grado  di  libert
nelle sue azioni, assolutamente incondizionato e incondizionabile.
     Nel   momento   della  istituzione  dello   stato   attraverso
l'assemblea  costituente  originaria  si  pone  il  problema  della
successione. Siccome il sovrano  mortale, sia che si tratti di  un
solo  uomo  o  di  una  assemblea, ad ogni generazione  la  societ
ripiomberebbe nel disordine della guerra di tutti contro tutti.  E'
necessario  allora che, al momento della costituzione dello  stato,
come  si    proceduto alla creazione di un "uomo artificiale"  che
assume in s la forza di tutti quanti i cittadini, cos si provveda
a  "dare  una  eternit artificiale alla sua vita",  stabilendo  le
regole per la sua successione.
     Negli stati aristocratici (nei quali la sovranit  esercitata
da  un'assemblea di una parte soltanto dei cittadini) e  in  quelli
democratici  (nei  quali  l'assemblea che  esercita  il  potere  si
compone di tutti coloro che si vogliono riunire) il problema    di
facile  soluzione:  nelle  aristocrazie  "quando  muore  un  membro
dell'assemblea, il diritto di eleggere un altro al suo posto spetta
all'assemblea  stessa,  perch  il sovrano  [cio  l'assemblea]  ha
diritto  di  scegliere  tutti i consiglieri e  gli  ufficiali"(41);
nella  democrazia,  coincidendo  l'assemblea  che  governa  con  la
moltitudine  che  deve essere governata, il problema  non  si  pone
affatto(42). Pi complesso risulta il caso delle monarchie, ma  pu
essere risolto considerando che "colui che detiene il potere ha  il
diritto di disporre della successione"(43).
     
     p 165 .
     
     In  ogni  caso, per la successione come per qualsiasi atto  di
governo,  il  sovrano assoluto, che esercita il  potere  nella  pi
assoluta  libert, ha i caratteri dell'"uomo artificiale":  egli  
soltanto  un  "attore" che presta la propria volont e  la  propria
intelligenza  in  una  rappresentazione  di  cui  sono  "autori"  i
sudditi. "Quello che  fatto dal rappresentante, in quanto  attore,
 fatto da ciascuno dei sudditi, in quanto autore"(44).
     
La questione teologica e la religione.
     
Convinto  assertore dell'esperienza sensibile come unica  fonte  di
conoscenza,  negatore  del  carattere non  solo  divino,  ma  anche
semplicemente  naturale, dello stato, per Hobbes non  fu  difficile
attirarsi  il  sospetto di essere un materialista  ateo.  Qualsiasi
discorso su Dio, come del resto la storia e anche le "scienze"  che
non   siano   ben   fondate  sull'esperienza,   come   ad   esempio
l'astrologia,  sono,  per  il  filosofo  inglese,   al   di   fuori
dell'ambito di ricerca della filosofia, che ha come proprio oggetto
"qualsiasi corpo di cui si pu concepire una generazione e  di  cui
si  pu istituire un confronto con altri corpi da un qualche  punto
di  vista,  o in cui ha luogo una composizione e risoluzione:  cio
ogni  corpo di cui si pu intendere che  generato e che ha qualche
propriet"(45).
     Quindi  "la  filosofia  esclude da s  la  teologia,  dico  la
dottrina  che  riguarda la natura e gli attributi di  Dio,  eterno,
ingenerabile  ed  incomprensibile e in cui  non  si  pu  istituire
alcuna  comprensione  e alcuna divisione n pu  concepirsi  alcuna
generazione.  La filosofia esclude la dottrina degli  angeli  e  di
tutte quelle cose che non si ritiene siano n corpi n propriet di
corpi"(46).
     Questo  non  vuol dire che Hobbes non si occupi  di  questioni
teologiche, anzi affronta a pi riprese il problema, e  gli  dedica
un  capitolo,  il  nono,  degli  Elementi  di  scienza  naturale  e
politica;   gli   ultimi   tre  capitoli,   dal   quindicesimo   al
diciottesimo,  del  De  cive;  la terza  parte  del  Leviatano;  il
quattordicesimo capitolo del De homine; e cos via.
     La posizione di Hobbes sulla questione pu essere sintetizzata
in  due  punti: Dio certamente esiste; la verit intorno  a  Dio  
rivelata e riguarda esclusivamente la fede.
     Alla certezza dell'esistenza di Dio si pu giungere attraverso
un  procedimento di tipo razionale, molto simile a quello  proposto
da  Aristotele e da Tommaso d'Aquino, che individua in Dio la causa
prima di tutte le cose(47): come un uomo che, sebbene nato cieco  e
quindi  incapace  di  immaginare  che  cosa  sia  un  fuoco,   deve
riconoscere  che qualcosa che gli uomini chiamano  fuoco  c',  dal
momento che
     
     p 166 .
     
     ne   percepisce   il  calore,  cos  "naturalmente"   possiamo
concludere  che  Dio c', perch percepiamo gli effetti  della  sua
esistenza  nel  mondo  che ci circonda.  Ma  di  lui  non  possiamo
assolutamente conoscere altro(48).
     Per quanto riguarda i contenuti della rivelazione divina, essi
sono  attingibili solo dalla fede che Dio stesso suscita in  noi  e
non  si  possono  quindi  sottoporre al vaglio  di  interpretazioni
razionali,  di  critiche o di opposizioni, come hanno  fatto  quasi
sempre i teologi e i fanatici, provocando vere e proprie guerre  di
religione.
     Infatti,  ogni  tentativo  di ricondurre  le  verit  di  fede
all'interno di un ragionamento, cio di interpretarle al lume della
ragione attraverso una analisi accurata, non solo  inopportuno, ma
pu  essere  addirittura dannoso. Se nella scienza le  proposizioni
che  esprimono  una  verit  devono  essere  assunte  "dopo  averle
spezzate  e  masticate con l'esame", i misteri  della  fede  devono
essere  "inghiottiti ancora interi", altrimenti si corre il rischio
che ci succeda "come al malato che, volendo masticare delle pillole
salutari, ma amare, prima di inghiottirle, le vomita subito; mentre
se le avesse ingerite in altro modo, sarebbe guarito"(49).
     Questo  perch  la  scienza,  come  abbiamo  visto,  opera  su
oggetti,  i  nomi,  di cui noi siamo gli autori e  quindi  possiamo
avere  certezza del loro significato ed analizzare le  proposizioni
per  verificarne l'esattezza; la stessa cosa  impossibile  per  la
"parola"  divina,  di  cui    autore Dio  e  della  quale  possono
sfuggirci   i   significati,  e  quindi  dobbiamo  accettarla   per
l'autorit di chi la enuncia, cio per fede(50).
     La  fede  una questione individuale che per nella storia  si
manifesta  in  maniera collettiva nelle religioni e nei  culti.  In
quanto  manifestazione collettiva pu interferire  con  le  vicende
degli  stati  che le moltitudini hanno istituito per garantirsi  la
pace, la prosperit e il progresso. Non a caso, per quanto riguarda
la tradizione ebraico-cristiana, si parla di regno di Dio.
     Per  Hobbes diventa quindi fondamentale analizzare il rapporto
tra  stato e religione, e in particolare tra stato e cristianesimo.
Infatti  egli,  pur  sostenendo che la volont  incondizionata  del
sovrano   legge per i sudditi, riconosce che questi sono  esentati
dal   dovere   dell'obbedienza  quando  gli  ordini   del   sovrano
contrastino  con  i  comandi  divini(51).  E'  pertanto  necessario
conoscere  quali  siano  le leggi di Dio, "altrimenti  non  si  pu
sapere  se quello che ci viene ordinato di fare dall'autorit   del
potere  civile sia o meno contro le leggi di Dio" e, "per eccessiva
obbedienza verso lo stato, diveniamo
     
     p 167 .
     
     ribelli  verso  la  maest divina",  oppure,  "per  timore  di
peccare  contro  Dio,  incorriamo  nella  disubbidienza  verso   lo
stato"(52).
     Le  leggi  di  Dio  si manifestano agli uomini  in  tre  modi:
attraverso  i  dettami  taciti della retta  ragione;  mediante  una
rivelazione immediata; oppure mediante la voce di un uomo  che  Dio
ha raccomandato agli altri come degno di fede(53).
     I  dettami della retta ragione(54) possono essere sintetizzati
nel  bisogno,  naturale,  di abbandonare  il  diritto,  altrettanto
naturale, di tutti a tutte le cose, al fine di conseguire la pace e
garantire la conservazione del genere umano.
     La rivelazione immediata, cio un rapporto diretto (sensibile,
scrive Hobbes) con Dio,  sorte toccata a pochi individui e, quando
Egli ha parlato agli uomini per rivelazione, ha detto "cose diverse
a  persone diverse" e comunque "nessuna legge  stata promulgata in
questo modo"(55).
     Infine,  Dio  ha parlato agli uomini attraverso  la  voce  dei
profeti nella Sacra Scrittura. Ed  soprattutto in questa che vanno
cercati i fondamenti che giustifichino e spieghino il regno di  Dio
e  chiariscano  in quale rapporto esso debba essere  posto  con  lo
stato, istituito dagli uomini sulla Terra.
     Dall'analisi   della   Bibbia  risulta  evidente   che   anche
l'istituzione del regno di Dio avviene attraverso un  patto.  Anzi,
nella  Sacra Scrittura troviamo due patti: il patto antico, con  il
quale "Dio stabil la vera religione per mezzo di Abramo"(56), e il
nuovo patto, attraverso Ges Cristo(57). In effetti, scrive Hobbes,
si  dovrebbe  parlare di un precedente patto tra Dio e gli  uomini,
quello  con  Adamo, "ma poich questo patto fu subito annullato,  e
non venne pi rinnovato, non deve trarre di qui l'origine del regno
di Dio"(58).
     Nel  patto  tra  Dio e Abramo, Dio, parlando  direttamente  ad
Abramo,  si pone come Dio suo e dei suoi discendenti (il popolo  di
Israele)   e  d  loro  "tutta  la  terra  di  Canaan  in  possesso
perpetuo"(59). Siccome Abramo riconosceva Dio come  creatore  e  re
del  mondo anche prima del patto, quello che Dio gli chiede con  il
patto  di non dubitare "che fosse Dio colui di cui aveva udito  la
voce  e  la promessa"(60). In base a questo patto e riconoscimento,
Dio  istituisce  il proprio regno sul popolo di Israele:  fonda  un
vero e proprio stato politico, in cui potere ecclesiastico e potere
politico coincidono(61).
     Con  la  venuta di Cristo il regno di Dio cambia dimensione  e
prospettiva: esso non  di questo mondo. Certamente, al momento del
secondo  avvento di Cristo, con il giudizio universale, Dio regner
effettivamente e direttamente, in un regno politico e terreno,  sui
fedeli  risorti  nella  carne, ma, fino ad allora,  il  governo  di
Cristo  sui fedeli si attuer non attraverso un regno o l'esercizio
del potere, ma in una funzione pastorale di educazione e di guida.
     
     p 168 .
     
Lo stato assoluto.
     
Questa  interpretazione della Sacra Scrittura    tutta  funzionale
alla  concezione  che Hobbes ha dello stato assoluto  e  della  sua
origine contrattuale.
     Innanzitutto Hobbes spiega il patto con Adamo. "Il  frutto  di
un  albero,  se  non vi  un comando, non ha nulla,  nella  propria
natura, per cui il mangiarlo possa essere moralmente cattivo,  cio
un  peccato"(62). Dunque, con il divieto imposto ad Adamo, Dio  non
voleva soltanto che fosse riconosciuto il proprio regno sul creato:
egli,  attraverso  quel  patto, cercava anche  "il  consenso  degli
uomini stessi"(63). Il diritto di Dio a punire Adamo ed Eva con  la
cacciata  dall'Eden non risiede, quindi, nell'infinita sua potenza,
ma nel consenso avuto dai primi uomini a governare su di loro.
     Quindi  Hobbes analizza il patto con Abramo. Come abbiamo  gi
detto,   l'istituzione di un vero e proprio regno politico.  Anche
in  esso c' il riconoscimento da parte del popolo di Israele,  per
bocca  di Abramo, della sovranit di una persona, di colui  che  ha
parlato  ad  Abramo.  Il  riconoscimento, o meglio  l'attribuzione,
della sovranit da parte dei sudditi  ineliminabile nel governo di
uno stato politico.
     Infine, Hobbes esamina la natura del cristianesimo. In  quanto
non  di  questo  mondo,  il  regno annunciato  da  Cristo  non  pu
configurarsi come una realt terrena distinta o opposta allo stato.
I  cristiani, rispetto alla realt politica dei sovrani  di  questa
terra,  sono semplicemente dei sudditi; l'unica forma di  comunit,
di  civitas, di cui fanno parte  lo stato. Non si pu  pensare  ad
una comunit di cristiani fondata su princpi propri, e tale non  
n la Chiesa cattolica, n quella anglicana, n alcuna altra setta.
Per  quanto concerne la fede il discorso  rigidamente individuale,
interiore,  soggetto alla grazia di Dio; per quel che attiene  alla
legge  il  cristiano deve riconoscersi nelle legislazione  positiva
dello stato. Ogni dualismo tra societ politica e societ cristiana
deve, per Hobbes, venire meno.
     In  questo  modo  lo  stato diventa, per  i  cristiani,  anche
strumento  della  individuale salvezza eterna: essa  infatti  verr
dalla fede e dalla obbedienza alle leggi.
     Lo  stato  assoluto  teorizzato da Hobbes, in  quanto  fondato
sulla  libera e volontaria rinuncia al naturale diritto individuale
di  esercitare la forza, implica anche il superamento di  qualsiasi
suo  presupposto teologico. Con una interpretazione originale delle
Sacre  Scritture,  Hobbes riesce a trovare nella stessa  Bibbia  il
fondamento naturale, cio umano, del regno di Dio sugli uomini e  a
fare  dello  stato uno strumento di salvezza eterna,  riducendo  le
leggi morali, quelle civili e quelle ecclesiastiche all'unica norma
dell'obbedienza nei confronti dello stato.
     
Una filosofia difficile da "fissare".
     
Abbiamo  visto che Hobbes  costretto a rivedere i piani di stesura
e  di pubblicazione delle sue opere. Gli stessi concetti essenziali
(l'aggressivit  naturale dell'uomo e la sua  naturale  aspirazione
alla pace, il

p 169 .

carattere  contrattualistico  della  societ  e  dello  stato,   il
formalismo  del  linguaggio  e  delle  scienze)  vengono   ripresi,
modificati, sviluppati nel corso degli anni.
     La  sua  metafisica materialista, e quindi il  suo  empirismo,
cio  la  sua  fedelt  alla  convinzione  che  solo  nel  rapporto
materiale  e  sensibile  tra soggetto  e  oggetto    possibile  la
conoscenza  della realt, non sono ridotti a un sistema chiuso.  Il
formalismo  delle  scienze,  proprio perch  legato  all'empirismo,
lascia aperta la via a un loro progresso.
     La  sua  teoria  politica, indubbiamente pensata  come  difesa
delle  monarchie  assolute del suo tempo (prima  fra  tutte  quella
inglese  degli  Stuart), non si esaurisce  in  essa,  ma  pone  sul
tappeto  tutti gli elementi per la discussione sulla  natura  dello
stato che si protrarr fino ad oggi.
     Con  Hobbes,  nell'epoca  di Galileo  e  della  nascita  della
scienza  moderna, di fronte alle certezze ottimistiche  di  Francis
Bacon,  al  razionalismo cartesiano e al misticismo di  Pascal,  la
filosofia  svolge una delle sue funzioni pi importanti:  pone  pi
domande  di  quante  siano le risposte che riesce  a  dare,  lascia
aperto il discorso.
